Uscito ormai nel 2009, Capitalism: a love story rappresenta l'ultima fatica cinematografica dell'americano Michael Moore. In questo lavoro l'irriverente regista (Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11) tratta, con la consueta feroce ironia, della deriva del capitalismo americano e del suo progressivo ma costante distacco dall'esercizio quotidiano della democrazia in differenti contesti, dal governo alle banche ed alle imprese.
In questo documentario Moore ci racconta di come il
sistema capitalistico in America si sia via via corrotto, a partire dagli anni
di Reagan fino ai giorni della più recente crisi economica e finanziaria,
causando un allargamento drammatico della forbice tra americani sempre più
poveri e americani sempre più ricchi, contribuendo alla graduale ma
apparentemente inarrestabile sparizione di una classe media. Non si tratta di
un feroce attacco alla società capitalistica nel suo complesso: Moore accetta e
si dimostra a tratti orgoglioso dei tratti tipicamente americani della “libera
competizione in libero mercato” dove chiunque, in assenza di concorrenza sleale,
può far la propria fortuna o “morire tentando”. Il documentario si scaglia
piuttosto contro le pratiche speculative, nella fattispecie quelle finanziarie,
che hanno permesso la trasformazione della società americana da “democrazia” ad
una vera e propria “plutocrazia”. Grazie all’insediamento nelle stanze dei
bottoni (leggi Ministero del Tesoro) di una vera e propria loggia facente capo
alle principali banche d’affari, in grado di fare gli interessi di Wall Street
prima che del paese (si pensi alla diffusione dei derivati finanziari..), è
stato possibile perpetrare ai danni del popolo americano enormi soprusi: dai
tagli fiscali in favore dei più abbienti, sin dalla seconda metà degli anni
settanta, alla più selvaggia deregolamentazione finanziaria, causa di ingenti
frodi ai danni dei contribuenti comuni. In questo rispetto è inquietante fare
la conta dei dirigenti di Goldman Sachs, Ministri del Tesoro inclusi, che hanno
ricoperto ruoli governativi di spicco
nel corso delle ultime amministrazioni, che allo scoppiare del bubbone si sono
arricchiti a dismisura.
Nel corso della sua denuncia della plutocrazia americana
Moore non rinuncia a presentarci dei modelli positivi d’impresa, che adottino
modelli gestionali effettivamente democratici e dove il fare denaro non risulta
essere l’unico obiettivo: le cooperative produttive. Modelli di impresa che
sembrano muoversi verso quel “secondo Bill of Rights” auspicato da
F.D.Rossevelt: un lavoro dignitoso e un’esistenza dignitosa per ogni americano.
E’ forse questo l’aspetto di “Capitalism” più carico di attualità, anche in un
contesto europeo: il denaro, se inteso come mezzo per raggiungere determinati
fini sociali, non è la causa dei mali del mondo. I problemi nascono quando
questo diviene il fine, il denaro per il denaro.